...Parole, suoni, fantasmi nella nebbia...
Un racconto- fra realtà e finzione-senza ordine temporale
Una fontana spenta. Tre ragazzini passeggiano accanto alle bancarelle di un mercatino dell’usato. Non ho ancora capito se siamo già a Carnevale. Sembrerebbe di sì. Ma i conti non tornano o forse è solo questione di riti diversi o della difficoltà a ricordarmi le date. Ho visto due bambini giocare coi cigni, correndo il rischio di finire in acqua. Una luce particolare nasconde il profilo delle montagne ed è forse per questo che le barche sembrano finire in un tunnel rivolto verso il cielo. Un vecchio, con la barba sfatta e le scarpe da tennis con la suola staccata, gioca con un cagnolino alto una spanna, gli lancia una palla da tennis aspettando che il suo amico fidato gliela riporti. A fare da guardia, una femmina d’alano che riposa sotto una quercia aspettando che la sua padrona, in pelliccia e babbucce viola, la accarezzi. Ogni 1 minuto e 20 secondi l’anziana s’inginocchia e l’accarezza, partendo dalle orecchie per arrivare fino ai capezzoli gonfi. Felice per la mia attenzione, mi rivolge un sorriso tiepido di riconoscenza. Sembra felice di trascorrere un pomeriggio invernale dai torni insolitamente primaverili, in perfetta solitudine al parco Ciani. Mi chiede l’accendino, mostrandomi le dita ossute con le unghie smaltate con cura. Questi dovrebbero essere i giorni della merla, è stata una donna col passeggino a rammentarmelo, discutendo con l’autista del pullman. C’è una strana complicità fra i due e non sono l’unico ad essermene accorto. È divertente notare gli sguardi dei passeggeri rimbalzare dal volto della madre a quello del bambino addormentato con metà volto nascosto sotto una sciarpa col muso sorridente della Pantera Rosa. Sono anni che non mi capita di vederne una. E non mi è mai importato un granchè di Peter Sellers e dei cartoni animati che la vedevano protagonista. Dopo il loro spettacolo per le vie della città, i componenti della Fracassa Band di Breganzona si sono accomodati ai tavolini esterni di Burger King e riprendo proprio in questo istante a suonare. Forse è una mia impressione, ma sono in pochi ad avere apprezzato le esibizioni di questo pomeriggio. La città non voleva essere disturbata. Semplice. Non è stata una questione di gusti diversi. Anche io li avrei volentieri scaraventati nel lago questi musicanti. Ma è tutta un’altra storia. In questa piazza ci sono solo banche. È per questo che amo stare al parco. Confuso. In silenzio. Fra alberi ridotti a statue che lacrimano. Ho fotografato l’uomo di legno che piange. Ha gli zigomi sporgenti. Le braccia tese lungo i fianchi. Un condannato a morte, impassibile, fra aiuole di viole mammole e una manciata di coriandoli sulle foglie cenere. Due ragazzi emo sfogliano un catalogo di moda, le dita indicano un paio di pantaloni, le magliette, le calze del colore giusto. Lui porta i capelli tinti di nero con la riga da parte che gli oscura l’occhio destro e una cresta da tacchino sulla nuca, la felpa a strisce viola e nere col cappuccio, la maglietta con un gruppo composto da quattro suoi sosia, le All Star nere, su jeans neri stretti che gli arirvano fino alle caviglie, la ragazzina, in labbra e unghie nere, non si discosta molto da lui, se non per la frangetta di capelli tinti di nero con una ciocca rossa in prossimità della tempia destra e degli inserti rosa qua e là nell’abbigliamento. Ambedue portano le cuffie e ondeggiano la tsta su e giù come dei conigli. Ne ho già visti una decina di esseri del genere con gli auricolari che fingono di parlare fra di loro. Le ragazzine innamoratissime che se li mangiano con le dita in bocca. Un’altra generazione, qualcuno potrebbe dire. Io li vedo come ausiliari del traffico. Come dei bambini uomini che hanno fagocitato il consumismo e lo riproducono con dovizia artistica. E mentre scrivo, due coppie di italiani vestiti secondo i criteri del bravo ragazzo che ha fatto successo, con gli uomini che tengono al guinzaglio le ragazze in pantaloni aderenti neri, infilati in stivali di finto cuoio a metà polpaccio a tacco alto mostrando a tutti il culo appesantito divaricato da un sottilissimo tanga, e portano identiche borsette di pelle a tracolla contenenti cellulare, portafoglio, sigarette, accendino, con le fidanzate che brandiscono, la bionda, una borsetta a forma di cuore con del pelo fulvo come impugnatura, la bruna, un bauletto di dimensioni ridotte con una serratura argentata dove infilare la chiave, s’aggirano chiedendo a tutti dove si possa trovare dell’erba. A turno, i due uomini, lasciando alle donne il compito di sorridere e mostrare la scollatura ai ragazzi silenziosi, raccontano che sono appena arrivati a Lugano per degli affari e hanno solo voglia di divertirsi un po’. Tutti scuotono la testa, aprono le braccia sconsolati, altri, più innervositi dalla loro insistenza, volgono lo sguardo altrove, augurandosi che quegli stronzi si levino in fretta dalle palle. Quando stanno per completare il giro, la ragazzina che si è appena seduta sulla panchina accanto, mi fa segno di chiamarli. Faccio come chiede e in trenta secondi, li vedo confabulare con la ragazzina in jeans e ballerine nere. Prima di scortarli lontano, probabilmente al parco, per concludere l’affare, si volta per farmi un inchino di ringraziamento per poi invitare gli stronzi italiani a muovere le chiappe e levarsi da quel luogo poco sicuro. Il fischio del trenino panoramico per i bambini. Salgono tre sole mamme con bambino alla mano. Giaccavento aperte ma cappello calato sulla fronte. Li fanno sedere al proprio fianco e le vede parlar loro, baciandogli le guance. Io non mi fiderei mai a far salire mio figlio su quel trenino. Paura del traffico. Lo sto sviluppando. Lentamente. Paura che scende nelle vene, mentre siedo sulla mia auto, al fianco, davanti, dietro, a centinaia di automobilisti, mezzi pubblici, segnalazioni stradali, cartelloni pubblicitari, gas di scarico, case, alberghi, lavavetri, pedoni, illuminazioni. Qui è normale fermarsi alle strisce pedonali. Mi chiedo perché questo non accada in italia. Sono stanco dell’insulto che grava sulla parola svizzeri. Pur essendo io, italiano. Gli svizzeri sono la stessa merda degli italiani. E non lo dico con ironia ma con ironia. E una volta assodato questo fatto, perché non andare oltre. Forse è un discorso venato dall’odio scaturito dopo essere stato investito da uno scooter che stava sorpassando l’auto ferma per lasciarmi passare. Stronzate, vero? Ma i bagni pubblici? Prima ho pisciato in un bagno posto al piano terra di un parcheggio coperto di sette piani. Ed era pulitissimo, pur avendo trovato le tre postazioni tutte occupate quando ero uscito dall’ascensore. Se penso all’immondezzaio che è il cesso della stazione di lecco, mi viene da vomitare e quello ancora più schifoso appena fuori dalla cinta muraria di como, dove due anziani mi avevano chiesto se potevo indicargli un altro cesso pubblico. Il tanfo di urina e il liquame disteso sul pavimento sembravano quelli di una trincea sotto assedio da mesi. Ho fame. Ma non ho abbastanza soldi da sprecare. Una margheria qui, costa 10 franchi e 50, più o meno 7 euro, se mi consentite l’arrotondamento. Per il caffè di prima, due franchi. Una ragazzina in pelliccia corta al fianco cercava di leggere il titolo del libro che avevo appoggiato sul bancone e il senso di quella cartolina utilizzata come segnalibro che reca la scritta, CHI SONO? Aveva notato il mio imbarazzo quando in rapida successione mi erano caduti la bustina di zucchero di canna, i 3 franchi di resto e il cappello che ero indeciso se mettermelo oppure no. Sua madre litigava in francese al telefonino ma poi con la figlia s’espresse in un romano dalla cadenza decisamente volgare. Labbra e guance rifatte e spalmate di olio solare. La ragazza si era divertita a mostrarmi il cellulare ultimo modello, il portafoglio gonfio di carte di credito, prima di andarsene. Notando il mio sguardo carico di disprezzo, il barista aveva creduto di sostenermi dando loro delle troie. “Hanno voluto fare le fighe e m’han lasciato 10 centesimi di mancia.” Non sorrisi. Lui non era meglio di quelle due. E il caffè faceva vomitare. Mia madre dice sempre che mia nonna si faceva portare dalla svizzera, confezioni di caffè Chicco D’Oro perché era molto buono. L’ho bevuto stamattina ed è migliore di molti altri. Non riesco a togliermi dalla testa un pigiama bianco punteggiato di fiorellini. Il tuo volto orientale. Le tue mani rovinate al lavoro che vorrei stringere in questo istante. Una limousine bianca scarica due uomini d’affare sulla quarantina che si dirigono rapidi verso il bar in piazza dove un uomo li sta attendendo. Lo stesso uomo che due ore fa, una volta sceso dall’autobus, avevo visto fuori da un locale scolarsi un cocktail in due sorsi ed estrarre una sigaretta da un astuccio che sembrava placcato d’oro che aveva poi fumato seduto su una panchina di granito. Lo vedo accompagnarli verso una viuzza, confondendosi nella folla. Strane coincidenze. Parleranno di questo vento caldo? Delle cravatte? Dei crolli in borsa? Della spogliarellista ucraina che vogliono portarsi a letto? L’autista, sfidando il cartello di divieto di sosta, s’accende una sigaretta, componendo un numero sul cellulare, che, dalla sua espressione sconsolata, risulta suonare evidentemente a vuoto. È vestito come le persone che ha appena trasportato. Appena finisce la sigaretta, risale in auto, fa passare un autobus vuoto, un sidecar con una donna che si sta legando al collo un foulard giallo a fiori , una motocicletta della polizia che s’accosta alla limousine, invitando l’autista a ripartire in fretta. Gas di scarico. La luce colpisce i suoi occhiali da sole, un gioco di riflessi che coinvolge le vetrate di Burger King e l’alfiere appena mosso sullo scacchiere disegnato sull’asfalto. Un ragazzino orientale sfida un uomo in giubbetto di daino, supportato da un folto gruppo di amici. Sono troppo lontani per udire quanto si stanno dicendo. O meglio, quanto sta dicendo l’uomo, perché, al contrario, il ragazzo è silenzioso e dopo aver mosso un pezzo, scruta il lago alla ricerca della giusta tranquillità e concentrazione. Il suo sguardo sarà vigile sull’imbarcadero vuoto, sul nuovo casinò di campione d’italia che si discosta ben poco da un’archittetura disegnata con i mattoncini del tetris. Il progetto alla base di quella costruzione, senza dubbio sarà stato premiato, lodato per la sua “inconsueta capacità di inserirsi nel contesto naturale”, studiato sui banchi del politecnico. È questa la realtà? Sui banchi di scuola insegnano come distruggere se stessi e il mondo. Educati all’ordine e al disordine. Ambedue comportamenti funzionali alla sottomissione. Ma questi sono altri discorsi. Stupidaggini. Il ragazzo deve avere trionfato perché tutti si complimentano con lui. Non deve essere la prima volta che vince. E sospetto che quel ragazzo sappia fin troppo bene di essere di gran lunga superiore a qualsiasi sfidante si faccia avanti. Il suo mi apapre com un puro esempio di umiliazione dell’avversario. Ma verrà il giorno che anche lui verrà sconfitto. Tutti veniamo sconfitti, prima o poi. I pezzi vengono disposti sulla scacchiera per una nuova partita. Fumo una sigaretta. E canticchio sottovoce Where is my love. La cazone adatta per questo pomeriggio e leggo “Più che mai, volevo starmene in pace, ma a quanto pare era impossibile: mi scorticavo la pelle sul mondo come sui vetri rotti; continuavo a inghiottire deliberatamente delle esche per poi stupirmi quando mi strappavo le viscere dalla bocca”. Cerco di tener ferma la mano sinistra che è tutto il mio pomeriggio che si fa i fatti suoi, la stendo due centimetri sopra le mie cosce e vedo le dita ritrarsi, barcollare, allungarsi, suonare, il polso sbattere lentamente, il sudore che gocciola sui pantaloni di velluto, grigi. Ho due paia di pantaloni per l’inverno e li faccio girare a seconda di quando è tempo di lavarli. Due giacche a vento nere, una sciarpa nera, un cappello nero. Le scarpe da tennis grigie con le striscie nere e l’imbottitura interna giallo fosforescente. Una cartina della città. Il ragazzo orientale se ne va con quella che sembra essere sua madre. La vedo colpirlo con uno schiaffo in pieno volto prima di trascinarselo dietro stringendolo per un braccio. La cenere finisce sulla piuma di un piccione. Controllo l’ora sul cellulare. È ora di andare. Finalmente. Berrò una birra e camminerò fino alla funicolare. Alcune volte sono stato assalito dall’impulso di gettarmi sotto la carrozza. Non è un’impresa facile. Va troppo lenta e correrei il rischio di fermarmi a metà dell’opera. E non ho mai amato l’idea di rimanere immobilizzato su un letto accudito da un’infermiera per il resto dei miei giorni. Donerei brandelli del mio corpo a quel cane che ce l’ha con me tutte le volte che costeggio il suo recentio, sulla strada verso la stazione dei treni. Le bandiere sventolerano e i clienti berranno aperitivi, seduti sui divanetti davanti alle vetrate, il portiere fingerà di non avermi riconosciuto e io gli sorriderò appena incontrerò il suo sguardo e poi mi metterò a studiarlo, come fa il cacciatore col cervo appena giunto nella radura. Un solo colpo. E poi la gola che viene tagliata. Brutti pensieri. Lo so. Ma non posso farci nulla. Forse dovrei rilassarmi, imparare a giocare a scacchi, mangiare un panino di Burger King affogato in una cascata di patatine fritte e ketchup, smettere di fumare, telefonare al primo numero in rubrica, dormire più ore, sorridere ai ragazzi che incontro mentre cammino. Ed invece preferisco pensare a bel piatto di risotto giallo, a un sottomarino rosa posato sul fondo del lago con decine di bambini scappati da scuola e indecisi sul futuro, a un costume da Batman che non mi fu fatto indossare perché non volevo assumere gli antibiotici, ai denti rotti di mio padre, ai giorni che passano troppo in fretta e ai quali non so dare risposte, a come accendi la sigaretta, all’odore del tuo corpo che lasci nell’appartamento.

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